La lunga storia della CIT: un altro fallimento “all’italiana”
Dario Palleschi - Scenari - Travel Manager - commenta (22 luglio 2008)L'ennesimo fallimento all'italiana, il terzo più grande crac dopo Parmalat e Cirio: è quello della CIT, la Compagnia Italiana del Turismo, meglio conosciuta come il gruppo dei “Viaggi di Stato”. Una storia travagliata fatta di tribunali, gestioni inefficienti e aiuti di Stato, conclusasi nel peggiore dei modi, a discapito (come troppo spesso succede) di lavoratori e stakeholders vari.
E’ quello della CIT, la Compagnia Italiana del Turismo, fondata nel 1927, il terzo più grande fallimento della storia italiana, dopo quelli di Parmalat e Cirio. L’ex gruppo delle Ferrovie dello Stato, privatizzato nel 1998, con oltre un miliardo di Euro in passivo e solo 150 milioni in attivo, sta per chiudere i battenti.
Una storia travagliata quella del gruppo dei “Viaggi di Stato”, come veniva denominato abitualmente: nel 1998 la famiglia Gandolfi, con l’aiuto del Mediocredito Lombardo, se lo era aggiudicato e, già allora, versava in condizioni non proprio ottimali se si pensa che il primo utile della sua storia lo aveva raggiunto nel ’96 per una manciata di milioni di lire e grazie ad un’entrata straordinaria di circa 20 miliardi relativa alla vendita del Sestante a Calisto Tanzi.
Nel 2002, a seguito di una scelta strategica quantomeno azzardata, la società era stata quotata in Borsa, ma già nel 2003 si erano manifestati i primi segnali di crisi che, 3 anni dopo, erano culminati nell’amministrazione straordinaria, nonostante i cospicui aiuti di Stato erogati in più soluzioni.
L’attuale presidente Bartolomeo Quatraro sta cercando di chiudere lo stato di passivo del gruppo, anche se dovrà riservarsi su alcune posizioni che verranno decise solo dopo l’estate, a ottobre. Allo stato attuale, comunque, alcuni asset della CIT sono finiti al Gruppo Soglia, mentre le passate gestioni si trovano costrette ad affrontare tre inchieste aperte dalle procure di Milano, Varese e Potenza.
La prima, condotta dal pm Riccardo Targetti, per bancarotta fraudolenta (sono stati presi in considerazione una serie di episodi di dissipazione del patrimonio aziendale); la seconda per truffa aggravata ai danni dello Stato (in relazione ai finanziamenti ottenuti e, in particolare, per quattro contratti di programma siglati dal Cipe e destinati all’edificazione di villaggi turistici); e la terza per chiarire alcuni insediamenti turistici del Gruppo nel Sud Italia.
In ogni caso, quanto alle insinuazioni al passivo della CIT, bisogna ricordare la rinuncia delle Generali ad un’istanza presentata per l’importo di euro 31.235.389. Scelta, questa, che consente al Gruppo in amministrazione controllata di disporre di liquidità per pagare gli stipendi dei dipendenti e, soprattutto, di evitare una lunga battaglia in sede penale in cui le Generali sono accusate di aver assunto un comportamento scorretto proprio per aver trasformato i crediti in privilegiati.
Un altro crac all’italiana, dunque, l’ennesimo fallimento di un’impresa transitata nell’orbita dello Stato e che, dopo anni di sprechi e malsane gestioni, mette la parola “fine” alla sua lunga storia.
Fonte del post è questo articolo di Walter Galbiati apparso su La Repubblica dell'8 luglio 2008.
Fonte del post è questo articolo di Walter Galbiati apparso su La Repubblica dell'8 luglio 2008.
- Parole chiave: CIT, debito, fallimento, generali, indagini, italia, stato, turismo, viaggi, viaggi di stato
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